Da bambino disegnavo un sacco di automobili, e consumavo carta a risme. Uno dei modelli che preferivo creare era senza dubbio la dune buggy. Qualche macchinina di quel tipo ce l’avevo.
Guardavo “Altrimenti ci arrabbiamo” tutte le volte che passava in tivu’, perche’ i videoregistratori ce li avevano solo i ricchi. Eppoi avevo visto qualche pulce delle dune al mare, quando erano solo vecchie auto per divertirsi senza averne troppa cura. Ne ricordo una in particolare, che sto ancora cercando oggi, come l’araba fenice. Eravamo a Bibione, localita’ balneare del Veneto. Io e mio papa’ bevevamo una bibita dentro un bar nel tardo e caldo pomeriggio di una fine Giugno primi anni ’80. Una Autozodiaco azzurro metalflake, con un enorme adesivo a testa di gallo sul cofano anteriore, il motore sporco d’olio e le marmitte cotte dal calore si fermo’ davanti al locale: Fu subito amore. A quei tempi in sala giochi non c’erano ancora i videogames, ma c’erano i flipper, il mini bowling la battaglia navale ed i cavallini a gettone, ed una sera alla sala giochi era uno dei piu’ ambiti regali delle vacanze. La pizza aveva il sapore speciale che ha quando si e’ bambini e le insegne colorate degli Hotel del mare, viste alla sera dalla spiaggia, avevano lo stesso fascino datato che hanno anche oggi. Gli Hotel, al mare, verso una certa ora, emanano ancora lo stesso odore di cibo, che e’ diverso da quello dei ristoranti, provate a farci caso. Poche sere dopo il primo incontro con l’Autozodiaco, uscendo appunto da una piccola sala giochi con la mia famiglia, rividi la dune buggy azzurra, che guardacaso stava per fermarsi poco distante ed io, ovviamente, chiesi a mio papa’ di avvicinarci. Fortissimo ancora oggi e’ il ricordo dei quattro giovanotti che saltarono fuori dalla macchina con gesto spavaldo. Era buio, ma scoprii che la macchina era sporca di sabbia e bagnata, e questa novita’ accese in me delle fantasie che avrei covato per decenni: fantasie di corse rombanti sul bagnasciuga... le stesse fantasie realizzate di recente, con la grandissima soddisfazione di essere organizzatore del raduno “Beach Wheels” di Caorle. Il sogno dune buggy e’ rimasto un po’ sopito durante la mia adolescenza, per svegliarsi prepotentemente verso i sedici. Le dune buggy, negli anni bui, sembravano semplicemente scomparse. Non se ne parlava sulle riviste. Non se ne vedevano piu’ in giro, nemmeno al mare. [inset side="right" title="Foto by Cibomatto"]
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Non erano ancora delle auto in qualche modo rivalutate o rivalutabili. Internet era ancora lontano dall’essere diffuso. Come una cometa, a segnarmi la via, un breve trafiletto su un numero estivo di “Autocapital” mi risveglio’ dal sonno dopo anni, e consumai le pagine di quel breve articolino verso il fondo, che spiegava in poche righe la storia delle dune buggy nel mondo e catalogava alcuni dei modelli italiani. Al ritorno dalle vacanze decisi di sfogliare tutti i “Quattroruote” degli anni ‘70 custoditi nella biblioteca di Monza, per saperne di piu’ sul fenomeno. Incomincio’ allora la lunga raccolta di informazioni e di materiali riguardanti la storia delle dune buggy italiane, un universo inesplorato e molto affascinante.
Tale entusiasmo e carica mi hanno portato, molto rapidamente, a conoscere un sacco di persone e a concretizzare la ricerca pratica della MIA dune buggy. Dopo mesi di giri a vuoto un amico mi segnalo’ una Autozodiaco Jumper ferma in un magazzino di Pontedera (PI). Il prezzo di 500.000 Lire nel 1997 mi pareva piu’ che equo in qualsiasi condizione si potesse trovare la macchina. Quando la vidi, pero’. Cambiai idea. Mi ricordo molto bene di quel giorno. Mi ricordo che per partire di buon’ora dovetti rinunciare all’unica data del concerto italiano delle Sisters Sledge. Ironia della sorte capitai per caso ad un concerto gratuito delle Chic anni dopo. “what goes around comes around” per dirla all’inglese. Aprire il portone di un capannone buio, con la volta a botte, come negli anni ’50 e trovarci dentro la tua dune buggy, che non hai mai visto, e’ una bella emozione, anche se si tratta di un puro rottame che ha passato almeno 15 anni in un campo prima di essere ricoverato sotto un tetto. La dune buggy non era l’unico oggetto custodito nel locale, per dirla tutta: c’era anche una enorme sega per il legno, che utilizzai come soluzione estrema per “eliminare” un parafango e caricarla a spalle nel Daily furgonato di mio cognato, con l’aiuto di quattro gentilissimi operai della fabbrica accanto, a cui ho requisito la pausa pranzo, e che ringrazio ancora. Viste le condizioni pessime dell’insieme, reincollare un parafango di vetroresina sarebbe stato il minore dei problemi.
Del resto una carrozzeria nuova di pacca l’avevo gia’ messa da parte in vista del progetto che si stava concretizzando. L’avevo trovata tempo prima da un artigiano di Milano che aveva comperato un lotto di 20 scocche dall’Autozodiaco per avviare una piccola produzione. 2 scocche, una viola ed una gialla rappresentavano il goloso avanzo trentennale di una serie di macchine molto speciali e rifinite, che videro tra i loro proprietari Ornella Vanoni, Lucio Dalla, Mike Bongiorno. Questi personaggi entrarono in una vera e propria sfida a chi possedeva la dune buggy piu’ stupefacente. Qualcuno, per avere uno strumento piu’ degli altri chiese addirittura quello della temperatura dell’acqua, ovviamente scollegato. Insieme alle due scocche, comperai per la folle cifra di 800.000 lire tre serie di parabrezza, due coppie di fari, due volanti sportivi dell’epoca, un paracoppa ed una coppia di stupendi sedili anatomici a conchetta. Tutto nuovo, tutto mai montato, tutto nella scatola originale. Incredibile, vero? Decisi di tenere per me la scocca viola, e di vendere quella gialla per finanziare il progetto. Di dune buggy gialle ce n’e’ tante, pensai. Il viola era invece molto raro gia’ ai tempi, ed ho sempre pensato che il viola ed il rosa fossero colori adattissimi ad una vettura del genere. Conoscevo il viola per averlo visto su di una prova di Quattroruote, e lo gradivo in maniera particolare.
Foto by alstare84
Riacquistai in seguito la scocca gialla per ben due volte, rivendendola e quadagnandoci ad ogni passaggio. Sembra che il suo attuale proprietario, un simpatico ragazzo del Sud, abbia quasi portato a termine il montaggio, finalmente. Era anche ora, che qualcuno se la godesse!!! Tornando alla macchina di Pontedera, appena ebbi modo di esaminarla, capii i punti deboli e quelli forti: la carrozzeria era semplicemente da buttare e ricoperta di una vernice spessa e gommosa forse di origine nautica. Pasticci di ogni genere, preoccupanti fanali ed adesivi rappresentavano il passaggio nelle mani di qualche ragazzino un po’ tamarro sul finire di carriera. Lo stato della scocca, comunque non mi preoccupava, perche’ sapevo di poter contare su quella nuova, ancora del tutto vergine e senza nemmeno un foro. Anche la scocca rovinata fu dunque venduta per finanziare l’avanzamento dei lavori ad un amico che la ritenne interessante. Il motore del mio cadavere si rivelo’ invece un bellissimo violino. Messo in moto insieme all’amico Massimo Tentori in un ormai epico pomeriggio estivo, sputo’ dalla marmitta ruggine, fuliggine, paglia e ragni morti, insieme a pezzi di metallo di varia decomposizione. Il cortile dove effettuammo l’operazione dovette essere ramazzato per vari metri. Anche il cambio si rivelo’ impeccabile. Il resto? Un telaio dritto come un fuso, dei fondi appena recuperabili, e tutto il resto da rifare. Non male. La storia del restauro della mia dune buggy occupa i sette anni a venire, tre traslochi di garage, svariate vicende umane e crisi economiche. Tre considerazioni decisamente personali: Il restauro e’ un hobby. Certamente personale ma condivisibile e’ la mia ferrea regola in proposito: si va avanti quando ci sono le “tre condizioni”: soldi, voglia, tempo. Non ho nessuna intenzione di fare debiti per una vecchia auto e voglio gustarmi i lavori senza stress, perche’ la passione deve rilassarmi e non incasinarmi la vita: non voglio sorprendermi nella mia solitudine a dichiarare ad un garage pieno di pezzi che ne ho piene le palle e che non ne posso piu’. Ne ho visti sclerare tanti, in anni di Volkswagen, e sempre per lo stesso motivo : la fretta di vedere il risultato finito. Il mio approccio e’ invece quasi tantrico. La tiro in lungo. Gongolo lunghe sigarette di contemplazione sul pezzo finito. La Philip Morris ringrazia per le Marlboro consumate e mi manda ogni anno gli auguri di Natale.
Ringrazio il cielo di non aver avuto i soldi per finire questa macchina quando non avevo le idee sufficientemente chiare e non avevo condotto abbastanza ricerche. L’automobile d’epoca e’ cultura. Non ci si documenta mai abbastanza. Alcuni particolari stilistici totalizzanti della mia Autozodiaco sono stati decisi solo nella fase finale, dopo l’acquisizione di documentazione dell’epoca molto importante. La parola “restauro” mi ha sempre fatto eritema. E’ parola vetusta, da collezionisti di cose sfigate e polverose, con gli occhiali spessi e la erre moscia. Non ho ancora trovato una valida alternativa. Facciamo qualcosa...un simposio, magari, ma bisogna uscire dall’empasse! Simposio e’ un’altra parola alla quale bisognerebbe trovare un’alternativa, ma nel frattempo le tre considerazoni sono gia’ diventate quattro ed io sto gia’ esaurendo la vena schematica. Per quanto riguarda la mia macchina: Non ho nessuna intenzione di tediarvi sulle varie fasi, decisioni, ripensamenti. Vorrei invece descrivervi il risultato finito e le ragioni che lo hanno ispirato. Ho immaginato di costruire una dune buggy californiana di fine anni sessanta: diciamo una vettura che avrebbe tranquillamente potuto essere sulle dune dell’Imperial Valley (Glamis) o di Pismo beach in una qualsiasi Domenica del 1968-1969. Questo periodo ben circoscritto e’ stato scelto perche’ in quegli anni le dune buggy erano uno squisito accrocchio di particolari rimediati e messi insieme alla garibaldina. I pezzi dedicati, le gomme speciali, le cavallerie esagerate e le spese esorbitanti vennero dopo, ma il fenomeno perse innocenza e genuinita’.
Nel 1968-69 la stragrande maggioranza delle dune buggy in circolazione aveva motori praticamente di serie e sospensioni poco modificate a corsa standard. Il mondo dell’agricoltura forniva i filtri dell’aria e le gomme da trattore o da rimorchio, adattissime per la marcia sulla sabbia. I cerchioni in lega erano un lusso per pochi. I piu’ si arrangiavano saldando alla flangia Volkswagen dei canali presi chissadove, per adattarli a gomme di dimensioni assurde e galleggiare sulla sabbia. Molti pezzi venivano recuperati dal rottamaio e l’osmosi con altre marche ed altri fenomeni custom, come per esempio l’hotrodding, era continua. Una dune buggy era semplicemente e prima di tutto un modo per solcare nella maniera piu’ efficace la sabbia delle bellissime spiagge e delle altissime dune della California. Il fine giustificava i mezzi e valeva piu’ o meno tutto. Cerchi e gomme da me scelti dovevano rappresentare in pieno questa filosofia. In Italia si allargavano i cerchioni ne’ piu’ ne’ meno come nel resto del mondo, e come in America. Per l’avantreno ho recuperato quelli di una rarissima “Metalbatt Tornado”, sconosciuta dune buggy emiliana. 7x14 la misura. Dietro meglio le larghissime ruote provenienti da una Puma GT: 9x15. Accostando un cerchio grigio metallizzato alla scocca ho provato una sensazione di triste incompletezza e dopo alcune notti insonni ho deciso di verniciarli in un colore metallizzato opaco e molto complesso: una via di mezzo tra rame e bronzo, scelto tra i cartellini del colorificio di fiducia. Con grande sorpresa l’ho scoperto colore di gamma Fiat, dalla denominazione semplicemente fuorviante: “Beige Cognac”. Non e’ necessaria molta immaginazione per immaginarne l’effetto lassativo se applicato ad una 128! Ho sempre sostenuto che i cerchioni, ma anche le gomme, facciano la maggior parte del look di un’auto. Volevo una macchina estrema, ed in grado di muoversi sulla sabbia, percio’ ho esagerato: dietro California oldstyle piu’ di cosi’ non si poteva, perche’ ho usato delle enormi gomme da rimorchio agricolo, che hanno una forma molto simile a quelle degli aerei. La loro forma “a ciambellone”, le righe solamente longitudinali che non scavano, e la struttura a bassa pressione ne fanno delle gomme da duna insuperabili, se non si hanno tanti cavalli. Ero molto perplesso sul loro utilizzo stradale, ma ho dovuto ricredermi: non scaldano, non vibrano, tengono bene la strada e per ora non si sono consumate granche’. Le ho provate persino in pista, dove si sono fatte apprezzare. Ho il sospetto che anche sull’asfalto il loro profilo tondeggiante di battistrada sia molto adatto al camber “fluttuante” del retrotreno in fase di molleggio: anche con diversa inclinazione della ruota sempre la stessa porzione di gomma poggia sull’asfalto. 11L15 e’ la folle misura di questi pneumatici, che ho comperato ordinandoli dal gommista sotto casa dopo averli rincorsi su tutto il web: sono costati una cifra davvero ridicola. Davanti invece un vero classico ma costoso: Firestone Wide Oval.
La gomma da Muscle Car americana per eccellenza. E-70-14 la larghissima dimensione scelta. Carcassa convenzionale a tele incrociate. Queste gomme, specie nella versione a riga bianca sottile, non ancora inflazionata come quella con le lettere bianche, hanno un aspetto estetico particolarissimo e tengono molto bene la strada. Un difetto, anzi, due: costano un occhio, ci vogliono mille chilometri per rodarle “da non volare via dritti” e sono rotonde come un cornetto alla crema. Pazienza: i miti si tengono come sono. Per ottenere il massimo delle prestazioni possibili ed un comportamento realmente sportivo l’alleggerimento e’ stato estremo, senza guardare in faccia al peso gia’ ridotto dell’originale Autozodiaco. Il telaio e’ stato alleggerito degli attacchi del cric. Non ne vedevo l’utilizzo su di una vettura senza cric, e soprattutto senza ruota di scorta. Tutto il fonoassorbente ed il catrame di serie sono finiti nel sacco nero: meno dieci chili. La stessa sorte ha subito la barra stabilizzatrice, che in fuoristrada non serve, che fa peso e che limita l’escursione delle ruote. Anche l’intero impianto di riscaldamento e la base del pomello di azionamento sono stati eliminati. Niente tergicristalli ne’ motorini, niente panchetta posteriore, niente paraurti. Via pure il paracoppa di serie, che pesa come un tramway. La sabbia non e’ cattiva ne’ spigolosa. Non serviva. Via anche la meta’ dei carterini del motore. Alleggeriti i rimanenti. Niente moquette interna ne’ tappetini fissi: tolti i sedili, una dune buggy che si rispetti deve poter essere lavata con la canna anche dentro (4 larghi fori nei punti strategici fanno scolare l’acqua in caso di pioggia e di lavaggio). Il supporto della targa posteriore e’ stato invece alleggerito sostituendo la lamiera originale di acciaio con una di alluminio, recuperata in discarica dal carterino posteriore di un computer. L’ho lucidata, sagomata, ed integrata di due fermi con coppiglia e cavo antiperdita totalmente autocostruiti (Rondellone inox, rivetti, cavo freno bicicletta, capircorda elettrici). Il profilo del parabrezza e’ stato abbassato ed il trasparente realizzato con del lexan, che si riga che volentieri ad ogni pulizia, ma in compenso pesa come una piuma e non si crepa per le vibrazioni o perche’ qualcuno si attacca al parabrezza per scendere dalla macchina.
Ragazzi, ve lo dico una volta per tutte: dalle dune buggy si scende come dalle monoposto: appoggiando le mani di fianco e tirandosi su. Non e’ una questione di etichetta. E’ comodo cosi’. E non si rompe nulla. La capote e’ totalmente assente e non prevista. Troppi bottoni avrebbero sporcato la bella linea della carrozzeria. Strumentazione? Solo il contagiri, come nelle macchine da corsa di una volta. Sul piantone, marca Moon, cromatissimo. Girato a testa in giu’ per far vedere la zona “interessante” dei giri tra le razze del volante, proprio come una volta. Immancabile il volante Grant, tanto piccolo ed a calice da suscitare lo stupore di tutti. Gliene hanno gia’ dette di tutti i colori: che e’ un pomello, che e’ una tazza del caffelatte eccetera... In realta’ lo sterzo e’ talmente leggero da rendere le dimensioni sopportabilissime. Lo spazio che lascia alle gambe e’ favoloso, cosi’ come il miglioramento dell’ingresso-uscita dalla vettura. I pomelli e gli interruttori del cruscotto, gentilmente donati dall’amico Andrea Zorloni, appassionato di barche, provengono da un motoscafo blu sequestrato ad alcuni contrabbandieri. Mi piace particolarmente accendere le luci con un pomello che avra’ tante storie da raccontare, e che, essendo realizzato in ottone ed acciaio inox, non marcira’ mai. Blu sono solo i motoscafi che devono compiere operazioni illegali, e che devono confondersi nella notte, veloci a sufficienza da seminare le motovedette piu’ potenti... Io di notte, invece, siccome non sono ne’ Nuvolari ne’ un fuorilegge, preferisco vedere e farmi vedere bene. Ho deciso infatti di cromare e mantenere la conchiglia dei fari originale, sostituendo le parabole ossidate con due Elma NOS comperate anni fa alla mostra scambio di Imola. Le frecce sono montate sui parafanghi, come sul Maggiolino, sfruttando le unita’ della versione prima del ’65. Le luci di posizione sono state spostate sulla lampadina frecce, perche’ mi piaceva averle illuminate la sera. Dietro, la vera magia: una centralina nascosta, realizzata dal genio del Bruno, e’ in grado di passare con un click di interruttore dall’impianto Europeo con frecce arancioni rimovibili ( galletti e connettori rapidi per un look pulito ai raduni) a quello americano, dove tutte le segnalazioni sono affidate alla lente rossa dei fanalini tondi del bus Volkswagen 58-61 ( non replica, originali).
Foto by alstare84
Per la sicurezza tutto l’impianto elettrico era stato convertito a 12 volt probabilmente dall’Autozodiaco
.Con la sicurezza , invece, ha poco a che vedere l’esile rollbar, realizzato in acciao INOX dall’artigiano che produce per i cantieri Riva di Sarnico simili dettagli, e scusate se e’ poco. Ne ho fatti fare tre, che non ho mai pagato perche’ me li facevano sghembi. La persona che mi ha chiesto di meno e’ stata quella che ha fatto il lavoro meglio. Viva la nautica! Il Luccicchio del rollbar e del parabrezza, chiamavano un bel tappo centrale del serbatoio sul cofano anteriore: mi sono procurato quello enorme di una Shelby Cobra, in allumino lucidato. Fare benzina e’ un vero piacere. Apri con un “clak” metallico e chiudi con il “clok” del cazzotto sul tappo, come nelle gare di durata dei tempi andati!! Sempre da corsa sono i sedili , che “tengono dentro” da Dio e sono pure comodi: Posizione di guida degna delle migliori Lotus “formula” anni Sessanta. Per contrastare l’allontanamento del braccio dalla leva del cambio, causato proprio dalla differente posizione sui sedili, ho usato una leva fantastica cromata e piegata indietro: proviene da un Maggiolino 1967 export ed e’ molto simile alle leve usate sulle Porsche 356. E’ uno dei pezzi della mia macchina che amo di piu’! Sul fondo del sedile lato passeggero e’ fissato un estintore generoso: quando le dune buggy bruciano rimane davvero poco! Il motore e la meccanica sono rigorosamente stock, con poche e ragionate eccezioni. I cilindretti freno posteriori e quelli anteriori si sono scambiati il posto, perche’ con l’avantreno cosi’ “scarico” di peso il bloccaggio era una costante: il problema e’ stato risolto brillantemente. I tamponi fondo corsa posteriori sono stati sostituiti con quelli del pulmino, e montati su di un supporto irrobustito per resistere ai salti. In configurazione da sabbia vengono aggiunti due ammortizzatori coilover di tipo motocicilistico per rendere piu’ rigido l’insieme. Anche una bandierina rossa montata su uno stelo di tre metri fa parte della versione “cattiva”. Questo accorgimento serviva per segnalare la presenza della macchina tra le dune ed evitare spiacevoli incidenti. L’asta, come ai bei vecchi tempi, e’ costituita da una canna da pesca telescopica in vetrotresina, modello da strappo. Se non amate la folgore (il fulmine, non il reparto dei para’) evitate canne in carbonio e relativo effetto autoscontro con barbecue umano. Vista la leggerezza dell’insieme (circa 500 Kg) non ho ritenuto necessario elaborare o sostituire il motore 1200, che peraltro e’ in ottima forma. Le uniche modifiche sono l’adozione di uno spinterogeno 010 e degli scarichi 2 in 1 molto liberi e con rumore da biplano. Una vera sfida al codice penale.
Ho Dipinto di bianco le marmitte, come si faceva ai tempi della macchina. A dire il vero tutte le vecchie auto da corsa avevano gli scarichi bianchi. Ci correvano le 24 ore di Le Mans con gli scarichi bianchi, e reggeva la vernice. IO oggi faccio il giro dell’isolato e cadono le briciole!!! Porca vacca quanto ci manca l’amianto!! Per completare il look d’annata ho comperato un kit “dress up” NOS della EMPI, originale sixities: Comprende un paracinghia cromato (di quelli belli e minimi, solo tra le due pulegge) e due copripuleggia. La qualita’ di questo accessorio, se rapportata con quella del moderno made in taiwan, e’ sconvolgente. La puleggia inferiore e’ graduata per la messa in fase dinamica e per i tagliandi. Ho poi usato il convogliatore di raffreddamento senza uscite del riscaldamento e riposizionato bobina e regolatore di tensione per renderli esteticamente gradevoli. Il collettore di aspirazione e’ stato cromato.
[inset side="left" title="Foto by Stea77"]
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I coperchi punterie DYNOSOAR hanno una storia a parte: sono probabilmente il singolo e costosissimo particolare su cui ho speso piu’ ore. Sono arrivati in fusione grezza e sono stati lucidati a mano, prima con la tela e poi con la pasta. Alla fine della lucidatura ho inserito la verniciatura viola metallizzato “deano” tra le alette. Un bel lavoro cinese, come diciamo dalle mie parti... Altra modifica al motore e’ l’adozione del filtro k&n. Questo filtro, imbevuto di uno speciale olio, trattiene le impurita’, sabbia compresa, in maniera incomparabile. Una calza di nylon per vestirlo e’ optional: fa da “prefiltro” e polverizza l’acqua in maniera tanto nebulosa da renderla innocua qualora fosse aspirata dal motore. Spruzzi sul bagnasciuga senza pensieri! Su strada la mia dune buggy, cosi’ modificata ha un assetto neutro, con tendenza al sovrasterzo se si entra in curva in rilascio o se si pesta decisi sul gas prima del tempo: IDEALE per la guida sportiva vera, quella della doppietta, della derapata, del puntatacco. La velocita’ massima e’ poco sopra i cento, per via delle gomme posteriori troppo alte e del rapporto di trasmissione conseguentemente lunghissimo, che il povero “milleddue” fatica a sfruttare. Il bello? Cento all’ora si raggiungono a 2300 giri ed i consumi di benzina in autostrada sfiorano quelli di un turbodiesel!!! Come vedete, ogni parte della mia dune buggy ha una storia da raccontare. Ed Ora, la storia e’ quasi al termine. Per il momento,ovvio, si capisce! Appena posso scappo per un giro. Mi e’ capitato di usarla di inverno, di notte, con la pioggia, con la nebbia, di farci mille chilometri in un weekend, di pestarla contro un muro per l’aquaplaning e di sentirmi molto stupido. Soprattutto, pero’, non perdo ocasione di fargli fare cio’ per cui e’ stata pensata e costruita: il fuoristrada da sabbia, dove e’ veramente inarrestabile.
Sulle spiagge del fiume Po e su quella di Caorle, dove si tiene il “Beach Wheels” e si smotora sulla battigia tutto il giorno, la mia dune buggy non ha mai deluso. Il rombo del motore sempre pronto, lo sterzo diretto e leggero, le sospensioni rigide per effetto dell’alleggerimento selvaggio ed il vento che gira perfino nelle caviglie, ne fanno l’automobile piu’ scoperta, piu’ minimalista e piu’ divertente mai prodotta . Grazie per il giocattolo Bruce. Grazie alla mia famiglia che sopporta la mia eccessiva passione con stoicismo. Grazie alla mia spaziale fidanzata Antonella, che mi segue nelle follie e credo che sia innamorata anche di quelle, Grazie ai miei lettori affezionati che troveranno il tempo di leggere anche questa storia, che ho scritto molto piu’ lunga del previsto. Spero che gradiranno l’abbondanza di dettagli e di episodi di vita vissuta, da me e da altri. Del resto sentivo che era il momento di raccontare una volta per tutte la vera storia mia e di una delle mie amate automobili. Grazie infine a Maggiolino Kaefer Club, che da’ modo, a me ed ai malati come me, di organizzare e godere del Beach Wheels, dove si respira un clima unico!
Filippo Giardini